UN RIVOLUZIONARIO TRANQUILLO
Il destino ha fatto in modo che Annibale Carracci, illustre pittore tra il secondo ‘500 e i primi anni del ‘600, avesse un fratello, Agostino (1557/1602) ed un cugino, Ludovico (1555/1619) anch’essi valenti artisti cosicché sbrigativamente i tre sono stati definiti “i Carracci” mentre pur avendo molti lati in comune ognuno di essi aveva una sua ben precisa personalità.
Ripercorriamo le vicende di Annibale, nato a Bologna nel 1560, prendendo in esame l’ambiente artistico dell’epoca: in pittura dominava il “manierismo” uno stile che si rifaceva a Michelangelo e Raffaello e che si era diffuso per tutto il XVI secolo vantando numerosi artisti quali Tiziano, Tintoretto, Vasari, Salviati, Beccafumi, i fratelli Zuccari. Accanto a loro una legione di minori che sovente hanno contribuito a dare al termine manierismo una qual connotazione negativa. Era una pittura legata alla pratica e all’imitazione e non allo studio del vero con figure massicce, movimenti esagerati, colori freddi e cangianti, scarsa prospettiva, i molti casi gli artisti erano imitatori di grande tecnica ma di poca ispirazione. In questo mondo si affacciò Annibale che naturalmente iniziò allo stesso modo ma insieme ad i congiunti iniziò ad avvertire una nuova sensibilità e il desiderio di percorrere altre strade; I tre fondarono in Bologna l’Accademia degli Incamminati e si dedicarono allo studio della grande pittura del passato e a quello della natura con osservazione diretta del mondo con la sua freschezza e spontaneità. I tre ebbero subito notorietà ed insieme a dipinti privati e a pale d’altare per varie chiese dell’Emilia affrescarono in Bologna i Palazzi Fava, Magnani e Sampieri con storie mitologiche. Nel 1595 Annibale fu chiamato a Roma dal Cardinal Farnese e, con l’aiuto di Agostino e di allievi, affrescò la celebre Galleria Farnese, probabilmente la sua opera più famosa, inaugurata nel 1601.
Divenne un artista celebre, oberato di committenze anche se scrivendo ad un amico lamenta che il Farnese lo paghi male e lo tratti quasi come un servitore. Rimasto solo, in quanto Agostino per dissensi tornò in Emilia dove morì, dotto e versatile, si dedicò a differenti generi di pittura: sacra, mitologica, paesaggi, ritratti, caricature, scenette di genere, dando vita a specializzazioni artistiche che durarono per secoli. La sua arte ispirata allo studio del vero e della natura aprì la strada alla grande scuola bolognese del seicento: Domenichino, Guercino, Lanfranco, Albani furono suoi discepoli e portarono la pittura classicista a vertici eccelsi. Lodato dai critici dell’epoca come “nuovo Raffaello” fu anche apprezzato dal Caravaggio che lo definì “valenthuomo” osservando un suo dipinto, del resto i due artisti si fronteggiano ancora nella Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo dove i due quadri laterali sono del Merisi e il centrale di Annibale. Ambedue si ispirarono alla natura e al vero ma in maniera diversa, tempestosa e rutilante di chiaroscuri e di effetti il lombardo, calmo, con linee dolci e colori tenui l’emiliano ma entrambi furono gli antesignani della svolta che si ebbe in campo artistico all’ inizio del seicento e che portò decenni dopo all’affermazione del barocco. Intorno al 1605 Annibale mostrò i segni di una malattia mentale, forse grave depressione, che ridusse la sua capacità lavorativa e morì a Roma nel 1609. Fu sepolto nel Pantheon vicino a Raffaello.
La mostra espone oltre un centinaio di opere provenienti da musei italiani ed esteri che ripercorrono la sua vicenda artistica, purtroppo manca il meglio cioè gli affreschi ma quanto è visibile da una chiara idea dei meriti del pittore. Numerosi sono i disegni, per lo più provenienti dal Louvre, dove dimostra capacità tecnica e ispirazione, molto belli alcuni presunti autoritratti ed il bellissimo ritratto di Monsignor Agucchi, di alta qualità il “Cristo e la Cananea”, il “Compianto sul Cristo morto”, la “Pietà”, il “Cristo deriso”, due stupendi piccoli dipinti con i ritratti di due ragazze cieche e tanti altri.
La mostra ha avuto un grande successo a Bologna e, nonostante la mancanza di alcuni dipinti – come il Mangiafagioli della Galleria Colonna di Roma – e la sostituzione integrale dei disegni, sicuramente ne avrà altrettanta al Chiostro del Bramante.
Roberto Filippi |