“Quante volte ho accompagnato Alberto al cinema? Era sempre lo stesso rito.

Entravamo nella saletta, ci chiudevamo dentro nel più completo silenzio. Eravamo al buio, noi due soli. Si sentiva soltanto il colpo del suo tacco sul pavimento, bruschi spostamenti. Alberto è stato sempre irrequieto. Ogni tanto gridava: ”Cosa ha detto?”
Era leggendaria, la sua sordità.Ricordo che una volta, dopo il film, ci sedemmo in un bar nei dintorni della stazione Termini.
Lì vicino c’era un albergo per coppie stagionate.

“Vedi quella?”, mi fa indicando una signora tracagnotta che con passo onesto incede sul marciapiede uscendo dall’albergo.
“Quella con quel giocattolo in mano magari un momento fa stava scopando dietro quella finestra e adesso torna a casa a portare il giocattolo a suo figlio”.
“Alberto, sei incorreggibile, quello che dici è in un tuo racconto”
“Davvero?”

Ad Alberto del film interessa soprattutto l’intreccio. Il cinema gli è sempre servito a trovare finali, a “sciogliere” una storia per il verso giusto.

“È difficile sapere quando un romanzo è finito”.
“È vero”, lo conforto, “è il momento cruciale. Forse quando l’emozione se n’è andata da un pezzo e si ha il terrore di ideologizzare troppo”.
“Forse hai ragione. Ma è quando lievita che è bello”, dice gustando il tè, guardando i clienti incuriositi di quel bar.
Una ragazza si avvicina con un quaderno aperto.
“Scusi, lei è il signor Moravia, vero?”
“Sì, sono io”.
“Me lo fa un autografo?”
Eccolo pronto a firmare.
“Ti confesserò”, mi dice quando la ragazza si è allontanata, “che da quando sono diventato un personaggio pubblico mi succede sempre la stessa scenetta”.
“Quale?”
“Io cammino per strada. Una coppia mi si avvicina”. Continuo io: “Lei fa gesti a lui, poi ti chiede: ‘Lei è Moravia?’ Dici di sì e allora rivolta al marito, la moglie fa: ‘Vedi che l’ho riconosciuto?’ La notorietà è tutta qui”.
Ride.
“Da quando sei una public figure?”
“Da quando mi hanno visto in televisione. Non leggono niente, sono solo contenti di riconoscermi”.
“Senti Alberto, ma il tuo rapporto con il cinema qual è stato?”
“Il mio rapporto con il cinema è presto detto: ho scritto sceneggiature, non molte. Poi, quasi da tutti i miei libri hanno tratto film, alcuni belli, ma quasi sempre così e così. Il cinema è un’arte che non è la mia, perciò lascio correre”.
“Hai mai avuto la tentazione di fare un film come regista?”
“Una sola volta. Un corto si direbbe oggi”, mi risponde.
Neanche da quando viaggi con Andermann?”
“No. Con Andermann viaggio e lui mi riprende. Ma io gli dico che cosa deve riprendere, soprattutto un certo paesaggio, cose del genere. In questo senso forse sono anche regista”.
“Ma tu ritieni che un romanziere debba fare del cinema?”
“Se è portato sì. Ma, s’intende, un vero romanziere scrive soltanto romanzi”.


Renzo Paris
(Da Ritratto dell’artista da vecchio – minimum fax ed., 2001)