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Pirro Ligorio
LIBRI DELLE MEDAGLIE DA CESARE A MARCO AURELIO COMMODO
Con saggio introduttivo di Patrizia Serafin Petrillo
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IL CALDO AGOSTO DEI BENI CULTURALI

Forse il caldo, forse la stanchezza, certo un Agosto così non s’era mai scritto.
Cominciò Gian Qualcosa Stella, quello che lui alle caste non gliele manda a dire, con un’articolessa sull’anastilosi delle colonne del Foro di Vespasiano, o se preferite del Foro della Pace. Ora, lasciamo perdere che anastilosi, invece di una buona cura, sembra una brutta malattia, Gian Qualcosa, per accreditare il suo pensoso  pensiero, ha riportato le dotte riflessioni di alcune delle nostre cariatidi.
Di seguito riassunte.

Dice il presidente del Fai (poco), che l’anastilosi  non si doveva fare, in poche parole le colonne del portico del Foro della Pace non dovevano essere rialzate, a terra erano e a terra dovevano restare  e aggiunge  che il recente restauro del Partenone, portato ad esempio,  fu una grandissima minchiata, dice Lui, e noi non dobbiamo imitare le minchiate altrui.

Per inciso le siluranti critiche nascono da alcune foto, dei lavori in corso, pubblicate da un architetto.
Il quale secondo quanto riporta Gian Qualcosa dice:  “il Foro Romano perderà la sua identità di luogo archeologico, unico al mondo, dove tutto è prezioso ed unico perché è autentico».
Non perdiamoci a disquisire sul fatto che il Foro della Pace, non fa parte del Foro Romano, ma, entrando nel merito, ma siamo sicuri che  “tutto è prezioso ed unico perché è autentico”?
Verifica dell’autenticità.

Seguiamo la Via Sacra a partire dall’arco di Tito, tanto per gradire la pavimentazione della Via è quella augustea e si trova ad un livello superiore a quella originale.
Arco di Tito, l’arco fu ricostruito ai primi del 1800 da Giuseppe Valadier, che opportunamente lo liberò dalle costruzioni nelle quali era stato intrappolato, integrando abbondantemente con marmi nuovi, tanto che l’unica parte veramente autentica è il fornice centrale.
Fatti quattro passi lungo la Via Sacra incontriamo il cosiddetto tempio di Romolo, che Romolo, Romolo non è, bensì Valerio Romolo, figlio di Massenzio, che lo accomodò in uno degli ingressi al Foro della Pace e fin qui, come diceva il signor Ford: Transit.  Ma è proprio autentico antico romano il lanternino barocco sulla cupola del tempio?

Pochi passi ed eccoci di fronte al tempio di Antonino e Faustina. Bon, la scalinata che porta nell’atrio del tempio è moderna e forse non è neppure tanto antico romana la chiesa di San Lorenzo in Miranda, annidata nella cella del tempio.

Dall’altro lato vediamo il tempio di Vesta, che per essere del 500 a. C. è uno dei più antichi di Roma, ebbene 700 anni dopo il tempio fu ricostruito da Giulia Domna, moglie di Settimio Severo.
Transeat, ma orribile a dirsi attorno al 1930 incorse in un nuovo restauro (il tempio, non Giulia Domna), poiché  del podio era rimasto solo il cementizio (opus caementicium), dato che le parti in marmo erano state asportate (una di queste fu utilizzata come basamento della statua equestre di Marco Aurelio in Campidoglio). In conclusione il restauro fu effettuato ricomponendo i frammenti di marmo antico entro una struttura di travertino nuovo.
Per finire e per non sfinirvi, se alzate gli occhi vedete sopra alla domus tiberiana gli orti farnesiani, voluti, a metà del ‘500, dal cardinale Alessandro Farnese che proprio autentici, autentici antichi romani, chissà.

Passiamo ora all’accusa più sanguinosa, un marchio d’infamia: “anastilosi con colata di cemento”.
Chiaro che chi ha commesso siffatto delitto meriterebbe a dirla con Gioacchino Belli:
“prima la quajottina (ghigliottina), poi na’ bona impiccatina”.
Orrore! Cemento !!

Ma per Ercole, perché gli autori del misfatto non hanno detto che rifacevano le basi delle gigantesche colonne in opera cementizia, secondo l’autentica tecnica antico romana!
Detto poi tra noi, le citate basi originali, ormai ridotte in polvere, furono rimosse attorno al 1980.
Non poteva mancare l’interrogazione parlamentare.
Prosit.

Insomma il nostro Gian, scasta oggi e scasta domani si è andato a incastrare  con la crème de la crème del radical chiccume, che nella fattispecie sostiene il privilegio di non far capire un ciufoletto di niente a noi, profano volgo.
Le colonne?
A terra stavano e a terra devono restare.
I capitelli?
Pure.
E le trabeazioni?
Ma si manco sapete che d’è ‘na trabeazione, ma fateve l’affaracci vostra, nun v’impicciate.
La cultura cosa nostra è.   

PROSEGUE IL CALDO AGOSTO

E venne il giorno del riscatto.
Un botto, un bottaccio da intronare: per concorso planetario nominati 20 nuovi direttori di musei.
E chi meglio di Gian Stella poteva intonare il peana.
Trasuda dalla sua penna dolcissimo miele:
“La nomina di sette stranieri e di quattro italiani rientrati dall’estero è una buona notizia dopo decenni di chiusura. Ci sono meno alibi ora per portare a un livello di eccellenza il nostro sistema, che però non deve lasciare soli i dirigenti”.
Hai capito!
Il presidente del Fai (poco), novello centurione, impavido si schiera virilmente a fianco del ministro ed argomenta con la ben nota incisività: “Viviamo in un mondo nuovo
(felice intuizione). La tutela resta prioritaria, ma occorre saper mettere i beni in relazione con le persone” (felice bis).
Forse era il suo giorno buono, non quello dell’anastilosi.

Dunque siamo a posto.
Non più assemblee sindacali a sorpresa.
Non più turisti incazzatissimi, respinti dietro i cancelli.
Basta burocrazia!
Basta soprintendenti!
E basta funzionari nemici del progresso, che per non meno di 1.500 euro  al mese, pretendono di difendere con le unghie e coi denti il territorio.
Vogliamo una cultura amica.
Non vogliamo più gente come quel funzionario, che nella locride, ad onta di bonari avvertimenti, timbrati a colpi di fucile, sottoponeva a vincolo questo e quello.
Mai più la soprintendente di ferro, alias Giuliana Tocco, strenua combattente, sostenuta solo dal suo senso del dovere, in lotta serrata con sindaci, assessori e lottizzatori in genere.
Insomma basta con questi italiani che si sono immolati per difendere il nostro patrimonio culturale!   
Basta stato!
Amen.
Ora non dico che meglio di così non si potesse fare, ma come disse il padre del mio omonimo:
Finis. Pro bono malum.

Orlando Furioso Junior    

 

 

 

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